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6 Luglio 2026“Adolescenti sottovuoto – Il prezzo psichico della contemporaneità” (Armando Editore) è il titolo del libro presentato nel pomeriggio di giovedì 18 giugno nel parco “Rina Calò” di Lariano, scritto dallo psichiatra e psicanalista Emanuele Caroppo e dalla psicologa e psicoterapeuta Mariarita Valentini.
L’incontro si è trasformato in un vero e proprio dialogo e confronto tra gli autori, le istituzioni e gli attori che quotidianamente sono più vicino ai nostri giovani: gli insegnanti, le famiglie, i ragazzi stessi, che hanno bisogno di definire la propria identità in sospeso tra il mondo reale e quello virtuale, con tutte le difficoltà tipiche di quell’età delicata della crescita.
L’incontro è stato organizzato dal Comune di Lariano, in particolare l’assessorato alle Politiche sociali rappresentato da Francesca Proietti, in collaborazione con l’A.N.D.O.S. (Associazione Nazionale donne Operate al Seno) comitato di Velletri-Lariano ODV.
Insieme ai due professionisti autori del libro, che raccoglie diverse testimonianze di vita, lettere e schede tecniche, si sono confrontati con i presenti la psicoterapeuta e pedagogista Loredana Petrone e la dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo di Lariano, Fermina Tardiola.
Tra il pubblico erano presenti anche alcuni assessori e consiglieri comunali, il comandante della Polizia Locale, la Protezione Civile, il Centro Anziani e alcune associazioni del territorio, tra cui l’A.N.D.O.S. e il Filo di Penelope. La presentazione del libro ha fornito spunti fondamentali per riflettere sul disagio adolescenziale nell’era digitale, dove la continua e quotidiana “immersione” nel virtuale porta al rischio di isolamento, di riduzione della capacità per i giovanissimi di distinguere tra mondo reale e realtà virtuale, con conseguenze che possono essere anche gravi.
L’incontro si è aperto con una considerazione dell’assessore Proietti, nata da sue esperienze educative: «Gli adolescenti di oggi crescono troppo in fretta, troppo soli e noi adulti non possiamo chiedere a qualcuno di fermarsi se noi non abbiamo il coraggio di fermarci. E dobbiamo fermarci guardandoci negli occhi, non giudicandoci. Io sono certa che se noi guardiamo senza giudizio prima o poi l’adolescente torna a ciò che è una fase sicura».
Dott. Caroppo: “Non patologizziamo la sofferenza degli adolescenti”. Serve un’alleanza tra adulti e ragazzi
«Il cervello di un adolescente da un punto di vista cognitivo è maturo, sviluppato, comprende il mondo digitale ed è più pronto per confrontarsi con le sfide del mondo attuale. Però ha l’area prefrontale, il freno di un’automobile, che ancora non è sviluppato, per cui fa fatica a rallentare. Il telefono è qualcosa che interagisce con il mio cervello e mi consente di interagire con il resto del mondo attraverso canali, dinamiche, modalità che nulla hanno a che vedere con il mondo reale.
È come se noi avessimo degli adolescenti che hanno due cervelli: quello dell’interazione con gli adulti, nel mondo reale, poi quello dell’interazione con i social, dove gli adulti non entrano e non c’è etica, perché l’unica vera dimensione del successo sono il numero dei like, delle visualizzazioni e dei followers.
Bisogna costruire dei ponti di incontro tra i giovani e gli adulti, comprendendo che non c’è un gruppo che ha ragione, ma che tanto gli adulti che i giovani devono mettersi in discussione e comprendere che proprio lì dove vanno a sovrapporsi dovranno muoversi insieme. Lo spirito del libro è quello di dare risposte semplici a ragazzi, genitori, istituzioni, forze dell’ordine non patologizzando. Il rischio che noi realmente abbiamo è quello di rendere patologico qualcosa che non lo è.
Il Fentanyl è un potentissimo antidolorifico. Lo utilizzano per le situazioni oncologiche terminali per persone che possono salutare il mondo libere dal dolore. Il problema è che poi le persone salutavano il mondo e quindi non si aveva il tempo di vedere quali fossero gli effetti indiretti e indesiderati del tempo.
Con aziende del farmaco compiacenti, con medici prescrittori compiacenti, che a fronte di lauti compensi dalle aziende produttrici poi lo prescrivevano, questo antidolorifico si diffonde. L’utilizzo supera i sei mesi per i quali era stato studiato e quindi si inizia a vedere che ti trasforma in zombie, ti fa perdere tutto quello che chiamiamo vita e oggi è una piaga.
Tutti noi siamo sotto Fentanyl, perché i social più li usi e più diventi indotto a usarli, cioè il TikTok, la sequenza anche dei video sono strutturate per farti rimanere agganciato. Più tu rimani agganciato, più io guadagno. È un po’ come le merendine che mettono ad altezza di bambino proprio nell’unico punto del super market dove si crea la coda a livello delle casse, cioè “Psicologia del marketing”.
Allora, il rischio è che se noi non ci rendiamo conto che siamo tutti sotto assedio e andiamo cercando la responsabilità, diventa uno scarica barile e una lotta tra poveri. Perché? I genitori danno la colpa alla scuola, la scuola ai genitori, lo psicologo della scuola dice “Ma io da solo non posso far niente”, i servizi diranno “dateci le risorse perché non abbiamo psicologi per fare psicoterapia”. Quindi diventa un circolo vizioso.
Allora io penso che l’unica posizione sia quella della consapevolezza e trasmettere il messaggio che nella vita si soffre pure e che se soffri per due giorni non devi prendere antidepressivo. Cioè avere la possibilità di rinominare le cose come vanno nominate, perché sennò diventa tutto psichiatria e psicologia, tutto spiegabile, ma la psicologia non è fatta per togliere le colpe. Non è fatta per non farti andare a finire in galera dopo che ti hanno arrestato o che hai fatto una rapina. Parliamo di sovradiagnosi.
Quanti bambini o bambine hanno la diagnosi di disturbo dell’attenzione e dell’iperattività? Io faccio lo scienziato nella vita. Allora, se una cosa supera un certo livello e ce l’ha la maggior parte delle persone, non posso dire che è patologia. O siamo tutti affetti da ADHD e quindi togliamo questa categoria o dobbiamo comprendere realmente il fenomeno. Dobbiamo però renderci conto che è un mondo che sta drammaticamente rivoluzionando quello che è la possibilità di interagire con l’altro, che è frustrazione perché devo fare un compromesso tra me e il mondo, tra me e te.
Se noi non facciamo squadra e non capiamo che l’unica possibilità che abbiamo è quella di confrontarci serenamente, togliendo di mezzo il paradigma della colpa e andando verso la dimensione della comprensione. La cosa che direi dei giovani di oggi è che è la prima vera generazione che ha l’intelligenza artificiale, ma in qualche modo l’intelligenza artificiale, proporzionata all’età evoluta della storia l’abbiamo avuta anche quando è stata fatta la gru.
Allora, che cosa ha di diverso la generazione dei giovani? È che è l’unica generazione che veramente deve pagare per essere ascoltata».
La dirigente Tardiola: «Non bastano gli psicologi, serve una responsabilità collettiva»
«Il nostro Istituto Comprensivo accoglie studenti dai 3 ai 13 anni ed è il luogo in cui i bambini, poi alunni preadolescenti, incontrano altri adulti per la prima volta e sono sotto un altro sguardo. Non può esserci azione educativa senza relazione, così come non c’è cura senza relazione.
La salute mentale e questa sorta di patologizzazione di ogni difficoltà: è lì che dobbiamo lavorare perché probabilmente è lì che c’è il “sottovuoto”. Le emozioni che vengono fuori, senza etichette e senza che gli stessi ragazzi sappiano riconoscere che cosa sono, esprimono in maniera ordinata esigenze che “diventano” poi patologie. In questo senso, le competenze che noi costruiamo attraverso la conoscenza devono essere anche quelle socio-emotive.
Non basta che nella scuola ci sia lo sportello psicologico, che pure è fondamentale, ma è necessario un intervento strutturale in questo senso della scuola, altrimenti mettere lo psicologo significa mandare lì lo studente che ha una difficoltà e in qualche modo deresponsabilizzarsi. Invece è una responsabilità collettiva.
Non si risolve tutto, perché è abitabile anche il dolore, ma è possibile fare qualcosa di buono. Se non vai bene a scuola, puoi andare bene nella vita lo stesso e questa fiducia si costruisce, non è qualcosa che si insegna dall’alto in basso. È una co-costruzione tra le realtà nel territorio».
Dott.ssa Valentini: «Troppe etichette e sovradiagnosi, rischiamo di non vedere più la persona»
«Soprattutto dopo il Covid, c’è stato un aumento delle richieste di aiuto psicoterapeutico degli adolescenti. “Dottoressa, io mi sento sottovuoto”, mi ha detto un giorno un mio paziente.
Noi osserviamo gli adolescenti che sono preservati nell’aspetto, come gli oggetti o i cibi sottovuoto, però in questo caso è più una dimensione emotiva, quindi sono preservati nell’aspetto, ma emotivamente gli manca l’ossigeno. Più o meno il 70% degli adolescenti che io ho in terapia ha come grande problematica l’attacco di panico, che è il corpo che si ribella dove la parola non riesce a dire qual è il malessere.
Nel libro lo raccontiamo. Il sintomo è qualcosa che non ci deve spaventare, ma è il campanello d’allarme. Spesso i genitori si sentono in colpa, c’è il pregiudizio “che cosa ho fatto di sbagliato?”, quindi c’è un fortissimo carico emotivo, che a volte ritarda la richiesta d’aiuto. Mentre la cosa più importante è che appena c’è il sintomo, il prima possibile dobbiamo cercare di intervenire.
Tornando al mondo della scuola, quante volte mi trovo a fare psicodiagnosi, ma in verità quel ragazzo non è né DSA né ADHD, ma semplicemente ha una difficoltà nella comunicazione emotiva dei suoi vissuti. In psicologia si definisce “interferenza emotiva” in ambito prestazionale.
Siamo in un’epoca di sovradiagnosi, si dà un’etichetta diagnostica a quello che è il malessere. Quando mettiamo in atto questo, spesso ci dimentichiamo della persona, mentre il primo passaggio, soprattutto per il clinico ma in generale per chiunque in relazione con l’adolescente, è riuscire a vederlo davvero.
I ragazzi spesso stanno ore sui social a osservare le vite degli altri e pensano che siano migliori delle loro, quindi c’è una dimensione totalmente alterata della realtà e lo stesso adolescente cerca di rappresentarsi in un modo che non è il suo vissuto reale.
L’altro fenomeno presente già dai più piccoli è il fenomeno di TikTok, dove video che non arrivano neanche a un minuto attivano tutto il sistema dopaminergico, che è quello in fondo della dipendenza, a mo’ di gratificazione. A un certo punto passa un’ora e non sappiamo bene questo adolescente cosa ha fatto chiuso in camera.
Nel libro noi raccontiamo storie di ragazzi con disturbi del comportamento alimentare, problematiche da uso di sostanze, attacchi di panico. C’è tutta la problematica del corpo e dell’abuso».
Sexting e revenge porn tra i giovani, dott.ssa Petrone: «Manca l’empatia, per loro è come un videogioco»
«Per gli adolescenti, il virtuale è più reale del reale. Sono iperconnessi e a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ci sono ragazzi che sono svegli tutta la notte e poi dormono a scuola. Sono iperconnessi, ma incredibilmente soli, chiusi nella loro stanza, che hanno difficoltà a interagire, che non vanno a scuola, proprio perché il mondo virtuale sia sempre presente.
Ma l’isolamento è anche degli adulti, che si devono confrontare con una realtà nuova, complessa, che non conoscono e poi si sentono a disagio. La responsabilità viene data sistematicamente a loro, che sembrano essere distratti quando invece hanno delle difficoltà nel comprendere e nel decodificare questa trasformazione continua a cui i ragazzi si adattano con una velocità incredibile. Noi adulti dobbiamo avere la stessa capacità di adattamento.
Poi ci sono tante problematiche, come il sexting, ossia inviare delle foto intime al proprio fidanzatino, legittimo, ma il grosso problema poi è il revenge porn, che diviene produttore di materiale pedopornografico, perché determina la produzione di materiale che non dovrebbe essere diffuso e che poi diventa motivo, ovviamente, di umiliazione. Non c’è la dimensione empatica, perché come nei videogiochi, si gioca, poi con un click si interrompe e si continua la propria vita».
Dopo gli interventi, è stata la volta delle domande rivolte da insegnanti e cittadini, figli e genitori, che hanno confermato quanto già espresso dai professionisti e hanno espresso le proprie preoccupazioni sul metodo migliore per aiutare i ragazzi a crescere in modo funzionale per il loro benessere, responsabilizzandoli verso se stessi e nel mondo reale di relazioni in cui dovrebbero rendersi conto di vivere.
Serena Squanquerillo
Articolo sul numero dell’ARTEMISIO in edicola sabato 27 giugno








