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28 Marzo 2024Nella sala convegni Renato Mastrostefano presso la sede della Banca Popolare del Lazio a Velletri, si è tenuta la presentazione del libro “Il Titanic delle pensioni perché lo stato sociale sta affondando” del noto giornalista Sergio Rizzo, organizzato dal Gruppo Banca Popolare del Lazio in partnership con Arca Fondi SGR, società di gestione del risparmio con quote di mercato di assoluto rilievo nel mercato italiano, fondata nel 1983 e partecipata dalla Banca Popolare del Lazio.
L’evento è stato aperto dal saluto istituzionale del Presidente di Blu BancaM, Cesare Mirabelli. Il Presidente ha ringraziato i numerosi clienti e dipendenti che hanno accettato l’invito della Banca a partecipare a questo interessante convegno che ci pone degli interrogativi inquietanti sulla tenuta dello stato sociale fondamento ineludibile della nostra democrazia.
L’evento si è sviluppato attraverso un dialogo tra l’autore Sergio Rizzo, giornalista e saggista, a lungo inviato del Corriere della Sera e poi vicedirettore di Repubblica, oggi editorialista dell’Espresso famoso al grande pubblico per aver scritto insieme al collega Gian Antonio Stella il libro “La Casta” giunto alla 22esima edizione con oltre un milione di copie vendute, ed il Vicedirettore Generale di Arca Fondi SGR, Simone Bini Smaghi.
Il libro contiene un’indagine impietosa e senza sconti dello stato della previdenza pubblica in Italia, tema che viene assolutamente trascurato nel dibattito pubblico, nonostante il nostro Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, abbia candidamente dichiarato in un incontro con i Sindacati il 9 novembre del 2022 “le pensioni di oggi sono basse e quelle future rischiano di essere inesistenti”.
Il 2046 secondo i calcoli riportati nel libro è la data in cui i contributi previdenziali riusciranno a coprire solo il 60% della spesa pensionistica, questo si traduce in un disavanzo previdenziale pari a circa 200 miliardi di euro, in pratica il gettito Irpef di un anno.
La dinamica disastrosa della previdenza pubblica ha molteplici motivazioni, iniziando dagli abusi e dagli sprechi effettuati durante la cosiddetta prima repubblica, come le note baby pensioni, i vitalizi d’oro e la scellerata ed allegra gestione del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali.
Altra motivazione storica è la confusione tra assistenza e previdenza. Come è noto a carico dell’Inps non ci sono sole le pensioni di anzianità e vecchiaia ma anche le pensioni di invalidità che non sono correlate ad alcuna contribuzione e che dovrebbero essere coperte in via esclusiva dalla fiscalità generale e non dai contributi dei lavoratori.
La motivazione principale però rimane quella demografica. Il nostro paese con un’età media di 47,6 anni è il paese più vecchio di Europa e nel 2050 le persone con più di 65 anni rappresenteranno a seconda degli scenari statistici individuati, tra il 33% e il 36,7% del totale della popolazione ed il rapporto tra nonni e bambini sarà di 1 a 3 a favore dei primi.
Nei prossimi 30 anni, la cosiddetta forza lavoro, cioè la popolazione tra i 15 e i 65 anni in grado di lavorare e quindi di sostenere la famiglia, pagare le tasse ed i contributi pensionistici scenderà dall’attuale 63,6% al 52% con un rapporto quasi di uno ad uno.
Il tasso di fertilità in Italia rimane tra i più bassi di Europa pari a 1,24 contro una media europea di 1,5. Altri paesi europei hanno già conseguito dei significativi risultati in termini di inversione del tasso di fertilità. I risultati migliori si sono conseguiti in Francia dove si registra un tasso di fertilità pari a 1,83.
Le politiche di sostegno alla famiglia, come il quoziente familiare sono ormai ineludibili, ma i risultati di tali politiche in termini di aumento dei tassi di fertilità, arriverebbero comunque troppo tardi per riequilibrare il sistema previdenziale.
L’immigrazione ha dato negli ultimi anni un contributo importante al riequilibrio del sistema pensionistico ma comunque insufficiente. Da notare, a tal proposito, che la differenza nei tassi di fertilità tra gli italiani e le famiglie di immigrati tende nel tempo ad omologarsi sugli stessi livelli.
Oltre la dinamica demografica influisce sul disavanzo previdenziale anche il mutato contesto dell’organizzazione del lavoro. L’avvento della società tecnologica ha reso il lavoro liquido ed intermittente soprattutto nella prima fase della vita lavorativa e questo comporta problemi di riconciliazione tra vari sistemi pensionistici ed una mancata continuità di contribuzione.
Nel 1996, ai tempi della prima riforma pensionistica di Dini si parlava di “Gobba”, cioè dopo il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo ci sarebbe stato un periodo di squilibrio, ma dopo tutto sarebbe tornato in assetto. Purtroppo, non è andata così ed ormai il problema non è più solo nel futuro ma è già attuale.
Ad oggi ci sono venti milioni di persone in attività che dovrebbero versare i contributi per 23 milioni di pensioni da erogare. I pensionati sono 17 milioni, ma altra peculiarità tutta italiana, nel nostro paese spesso un pensionato percepisce più di una pensione, in media 1,4.
Il passaggio al sistema contributivo non è la panacea di tutti i mali se non riesce ad assicurare un reddito da pensione decente. Secondo una simulazione fatta dall’INPS con il sistema contributivo, dopo 30 anni di lavoro, con un salario minimo di 9 euro all’ora, si prevede una pensione pari a 750 euro mensili, cioè poco al di sopra della soglia di povertà. Da sottolineare inoltre che il salario minimo di 9 euro non è assicurato da tutti i contratti collettivi; infatti, esistono proposte di legge per introdurre normativamente tale soglia minima di retribuzione.
Visto questo scenario ci appaiono ancora più incomprensibili alcune scelte politiche recenti come quota cento, che nel biennio 2019-2021 ha mandato in pensione anticipata 374 mila lavoratori senza che questo si sia trasformato in maniera sensibile in nuova occupazione per i nostri giovani. Secondo la Corte dei conti sono stati rioccupati solo 4 posti su 10 lasciati liberi grazie a quota cento.
Dopo queste considerazioni riassuntive del contenuto del libro si è aperto un vivace dibattito con il pubblico presente, che ha espresso variegati punti di vista sulla tematica, ma soprattutto ha chiesto quale potrebbe essere l’effettiva via di uscita da tale preoccupante situazione.
Tra i rimedi indicati è emerso sicuramente il tema della previdenza integrativa offerta dai Fondi Pensione aperti o di categoria e l’utilizzo dei fondi derivanti dal TFR per assicurare un adeguata contribuzione ai fondi pensione, integrando così lo scarso reddito da pensione derivante dalla previdenza pubblica.
Il convegno si è chiuso con le considerazioni dell’Amministratore delegato del Gruppo Banca Popolare del Lazio, Massimo Lucidi, che ha evidenziato come il nostro sistema sociale sia ammalato di egoismo. Ogni categoria ed ogni generazione ha pensato negli ultimi anni solo a salvaguardare i propri interessi e privilegi a scapito dell’interesse dell’intera collettività.
In questo scenario è ancora più importante soprattutto per banche di prossimità come la nostra svolgere un ruolo educativo e sociale nei confronti dei giovani lavoratori che purtroppo molte volte non hanno alcuna contezza della problematica previdenziale.
Regalare un Fondo Pensione ai nostri figli e nipoti, iniziando a versare contributi nel fondo fin dall’infanzia, usufruendo anche dei vantaggi fiscali di deducibilità previsti dalla norma, è probabilmente il migliore apporto che possiamo dare al loro futuro.


